PROGETTO BIRRA E PAROLE

“Deve essere stato un uomo saggio a inventare la birra.” [Platone] Bollire, fermentare, lievitare, insaporirsi, maturare e rifermentare, per poi esplodere nella bocca di uomini e donne: il comune viaggio di birra e parole, che entrano dentro di noi come fiumi ambrati ed effervescenti ed escono tramutati in suoni magici e dotati di senso, dopo avere attraversato stomaci e cervelli come campi da irrigare, averli nutriti, risciacquati e deliziati con aromi e sentori contrapposti ma complementari, come pensieri e desideri di maschi e femmine, che si inseguono e si fuggono, giorno e notte, per mari e monti.
Birra e parole sono fiori invisibili che si specchiano reciprocamente, segreti che svaniscono e notizie che giungono, amori sussurrati e delusioni urlate, magie liquide che diventano eteree, portando in dono sorriso e riflessione, meditazione o convivialità: viaggiano insieme, animano gli uomini promettendo verità e amore per tentare di sfuggire alle trappole dell’oblìo, attuando le proprie suadenti strategie, sempre alla ricerca di un po’ di attenzione, quando non sono impegnate a trovare il segreto dell’immortalità per rivelarlo a bevitori e poeti.
Birra e parole sono inquiete, perché sanno che la loro natura è mutevole quanto la loro forma frizzante ed evanescente, e che per non perdere il treno della memoria hanno bisogno della scrittura, che li appunti all’albero della vita, come i migliori addobbi dei giorni di festa. Birra Epica, per il suo secondo compleanno, si regala sette racconti, uno per prodotto: 5 parole, legate al mito di riferimento di ogni birra e alla sua realizzazione tecnica, già utilizzate da Gianluca Vittorio per la stesura dei primi sei racconti, indicheranno la direzione alle penne degli utenti, che scriveranno delle storie alcooliche, visionarie ed evocative, in 3000 battute al massimo.
Una citazione virgolettata di ogni racconto di G.V. apparirà sulle nuove etichette, facendo da “teaser” per il racconto vero e proprio che potrà essere scaricato col codice Q. Da settembre quindi inizierà il concorso aperto ai consumatori di Birra Epica: sul sito si troveranno le parole chiave che dovranno essere utilizzate all’interno dei racconti. Lo stile premiato sarà quello meno didascalico e maggiormente evocativo; i vincitori- uno per tipo di birra- otterranno in premio la pubblicazione cartacea finale del proprio racconto in un volume collettaneo e illustrato, oltre ad una o più casse di Birra Epica e la possibilità di visitare gli stabilimenti di produzione e stoccaggio.
Perchè Separare relax alcoolico e sapere, scindere tempo del loisir e letteratura, sa molto di divide et impera: Epica quindi è la missione di riconciliare viaggi alcoolici e voli della mente, pensieri in libertà e parole scritte, navigando mari di birra su zattere di lettere. Birra Epica definisce così il proprio Brand in maniera distintiva, legando la cultura al divertimento, il sapere al sapere fare, la meditazione allo svago, unica in Italia, in questo ambito. La ricerca degli ingredienti ideali, dei sapori bilanciati e degli effetti ottimali presiede al fare birra come allo scrivere: spesso la strada che si intraprende porta lontano dalla meta prevista, altre volte il viaggio è più importante dell’arrivo: comunque vada, il risultato è la creazione di universi da gustare, con gli occhi, con la bocca e con il cuore.

eolo
EOLO

“Dalla fitta maglia di foglie fluorescenti che si abbandonavano sulla villa come uno scialle distratto dal vento, trapelava una pallida imitazione di luce divina. Non era abbagliante, perché era tenue, ma non era fioca, perché esisteva da troppi secoli. Credeva di essere unica e in effetti, per come poi sarebbero andate le cose, aveva una bella fetta di ragione.
Le riusciva di incorniciare i momenti migliori di tutti coloro che avevano abitato quella dimora in riva al mare, e ciò la rendeva altera e tronfia come una regina dell’Olimpo, incastrata come una candida gemma tra i colli di ulivi e le isole dirimpettaie; di contro, nei momenti di dolore, la luce si assentava, per non sottolineare pensieri e azioni di uomini adirati e di donne disperate, ma soprattutto per non godere del grigiore delle vicende umane.
Nonostante ciò, lei aveva l’impressione che quella che viveva come un’abitudine assomigliava soltanto parzialmente all’esistenza: forse era la protagonista inconsapevole di un film, perfetto per riprodurre le immagini ma inutile nel tramandare gli odori che cavalcano le onde dell’aria. Monca si sentiva, incompleta e pazza, come un cesto di frutta di plastica, un’isola senza abitanti o una vita senza amore: certo è che grazie a questa mancanza era sopravvissuta a secoli di dolori e risate e così avrebbe continuato a fare, se non avesse incontrato lui, l’unico elemento che potesse turbarne l’esistenza, lui, che la faceva sentire viva, pesante come certe parole ma leggero come un soffio, lui, invisibile e potente più di un demone mattacchione, alla perenne ricerca di un equilibrio dalla forma di Chimera.
Il giorno in cui si incrociarono, subito sembrò loro di essersi sempre amati seppure non si fossero mai rincorsi e, per una settimana intera, la casa apparve attraversata dagli spiriti, dai fuochi d’artificio e dalle mongolfiere.
Quando smisero di accucciarsi, penetrarsi e sbattersi, abbracciarsi, ferirsi e curarsi a vicenda, ciò che rimase di loro risultò indescrivibile a parole: per questo motivo dei due non si ebbe più traccia, se non nel sogno di una coppia di amanti che emersero dall’acqua attratti dallo spettacolo tempestoso e si diressero mano nella mano verso la casa posseduta da fulmini e tuoni; quando la raggiunsero, altro non trovarono se non se stessi, senza fronzoli e orpelli, nudi come l’aria e belli come la luce.”

polifemo
POLIFEMO

“Stava iniziando a stancarlo profondamente, tutto quel nero intorno. Ovunque si girasse era scuro e ruvido e opaco. Non ci si era mai potuto abituare a quella prigione monocroma.
Era riuscito a perdonarli per la loro conclamata incapacità di andare oltre il bianco e nero, così come per la pena corporea che gli avevano inflitto con malcelato ardore, ma la limitazione perenne della propria libertà non riusciva proprio ad assecondarla.
Tutto nacque dal suo talento, un fuoco troppo rosso per poter essere abbracciato, e dal suo modo bambinesco di utilizzarlo. Senza interesse alcuno se non quello di stupire gli astanti con la rivelazioni di verità multicolori, il giovane, contrariamente alle previsioni, era cresciuto grande e grosso, barbuto e proverbialmente forte d’animo e di braccia, quanto cocciuto.
Fino a quando era stato ritenuto un amabile fenomeno da baraccone, tutti lo tolleravano come si fa con i parenti che puzzano di simpatica follia, riempendolo di pacche sulle spalle e sorrisi zigrinati, ogni qualvolta scendeva in paese.
Nel momento in cui però i suoi spettacoli iniziarono a perdere lo smalto dell’istrione per colorarsi delle fosche tinte del profeta amaro, le cose presero un’altra piega.
Riuscirono a catturarlo in una notte densa e afosa e approfittando della sua ubriachezza lo rinchiusero in una caverna color antracite: per cibo gli fornirono solo una montagna di luppolo, amaro e abbondante come la vita che lo avrebbe inghiottito a fauci spalancate da quel momento in avanti.
Gli cavarono un occhio, noncuranti delle sue suppliche, così avrebbe smesso di vedere le cose a modo suo; la metà delle sue visioni era già fin troppo per tutti, seppur abbastanza per farlo dannare in eterno per ciò che aveva perso.
Questi erano stati i loro conti: ma lui, irruvidito e scavato come la roccia che lo conteneva, seppur estasiato dai germogli che mangiava, capì, in un lampo di genio, che se fosse riuscito a non sognare, si sarebbe liberato anche dei suoi peggiori incubi.
Smise così di dormire per non incontrare i suoi persecutori: dopo due anni senza riposo trovò l’inaspettata forza per sbranare i massi che lo incorniciavano nel vulcano come un quadro abbandonato.
Scrollatisi di dosso i rimasugli della cattività, si diresse con passo sognante verso la prima forma di vita che scorse in lontananza.
Uno specchio d’acqua, dalle mille sfumature multicolori, stava lì ad aspettarlo: l’immagine che rimandava, ricordava vivamente quella di un ragazzino magro e sorridente, efebico e stralunato, con due bellissimi occhi del colore della lava viva.”

kore
KORE

“Aveva sempre voluto diventare quella che era adesso, quando era una ragazzina, e solo ora stava comprendendo quanto fossero dissimili, da quanto avesse fantasticato, le mete prefisse una volta raggiunte.
Tutta la vita l’aveva solcata come se fosse stata sulle montagne russe, oggi odio e domani amore, ieri sballo e domani l’altro impegno, fino a quando, in questa perenne alternanza di opposti, anziché il bilanciamento, aveva trovato la follia.
Il fiore dei suoi anni l’aveva ridotto in pout-pourri e ora era tutto secco, anche se ogni tanto emetteva dei bagliori di profumo: un odore che, seppur attraente e soave, portava a strascico dietro di sé dei sentori sulfurei, come il velo della sposa del Diavolo.
Si sentiva completamente matta, eppure era perfettamente integrata, professionalmente e socialmente, col resto dell’umanità.
Aveva una carriera di rispetto e veniva vista dai più come un’icona, sbarazzina e colta quanto basta per fare girare la testa alle statue quando danzava, come se fosse sul punto di raccogliere un fiore, con passi setati sulle basole della sua città nera
L‘aura che la circondava proveniva sicuramente dalle voci che giravano sulle sue origini, talmente antiche e nobiliari da approssimarsi alla divinità, oltre alle chiacchiere che si rincorrevano riguardo ai suoi proverbiali improperi e ai capricci di dolce strega.
Lei giocava con questo manto di voci come se fosse un tappeto magico: lo montava e prendeva nuove direzioni, ogni qualvolta desiderava vivere un’esperienza nuova ed irripetibile.
Così si alternarono periodi di euforia e creatività inspiegabilmente fertili e densi, in cui si mostrava alla società come un manichino animato da ottime maniere, ad altri, kamikaze e furibondi, che riservava solo ai più prossimi tra i suoi cari, come un regalo ben studiato e sentito; tempi nei quali lei da Festa si trasformava, alla velocità della luce, in Tempesta. Le sue parole, in quei momenti, erano di fiele e cianuro e in pochi avrebbero voluto incappare in uno dei suoi show nefasti.
Uno dei pochi a riuscire ad allontanarla dai suoi progetti apocalittici, nonché l’unico che ebbe la grazia di amarla all’ennesima potenza quando era propositiva, si dimostrò colui che meno poteva avere le sembianze del salvatore di donzelle in pericolo: piccolo e malfatto, prima ancora che malfattore, dallo sguardo traverso e dagli atti bifolchi, provocatore e iroso al pari di quant’era colto e saccente, e soprattutto perennemente armato di pessime intenzioni, anche se ricoperte dei migliori vestiti.
Lui trovava la sua salvezza in lei, perché lo rassicurava non poco l’avere al proprio fianco una peggio di se stesso, mentre lei godeva nel maltrattarlo per poi sottomettersi a lui quando facevano l’amore in un rapimento oltraggioso che mischiava e separava paradiso e inferi nel solo mulinare di due lingue e una manciata di secondi.
Forse il segreto risiedeva nelle loro anime dannate che trovavano l’unica bellezza loro concessa componendo una splendida corona caleidoscopica, indossata a mo’ d’aureola dal disegnatore intento a tratteggiarli.”

cerere
CERERE

“Il latifondo si stendeva a perdita d’occhio e non si capiva dove iniziasse la coltura di malto e finisse quella di grano, se non lo guardavi dall’alto con un drone o sorvolandolo sulle ali di un deltaplano: in quel caso avresti riconosciuto anche i filari di frumento, amando il tutto come un bambino che si inebria di ciò che ammira, sempre che non fossi uno dei trebbiatori accecati dal sole e dal desiderio di una vita decente.
Lei irruppe sulla scena come una dea, stagliata nel sole, prospera e leggiadra: il pensiero che fosse il set di una pubblicità sfiorò più d’uno tra i partecipanti alla spedizione, distraendoli per qualche secondo dall’obiettivo prefisso.
I lavoratori erano in pausa pranzo e si riposavano all’ombra dei covoni come nei quadri di Millet e Van Gogh, chiacchierando svogliatamente mentre addentavano pane e provola e sorseggiavano birra fresca con gli occhi rivolti ai solchi che il sole si ostinava a ricamare sulle loro epidermidi di cartone.
Avevano ripreso a lavorare da due giorni, dopo una settimana di sciopero a braccia conserte che neanche un crumiro aveva avuto l’ardire di spezzare: erano tanti, giovani e meno giovani, uomini e donne, e stavolta erano uniti.
Il pranzo aveva per loro il gusto irraggiungibile dell’agognata vittoria dopo lo sforzo collettivo e ciascuno si sentiva parte di una grande famiglia di sconosciuti: il proprietario non si era pronunciato definitivamente, ma aveva lasciato presagire di aver ceduto alle richieste dei faticanti.
Gli uomini che li osservavano, appostati nella zona d’ombra, iniziavano a calzare i tirapugni e ad afferrare sfollagente e spranghe, ricordando nei movimenti un’enorme e affamata locusta dalle componenti umane. Non riuscivano a commuoversi, in quel momento, come d’altronde non l’avevano mai fatto, al pensiero delle famiglie che stavano dietro quegli individui né alle richieste di giustizia che gocciolavano dai corpi degli operai insieme alle stille di sudore: gli ordini sono ordini e soprattutto mors tua vita mea, avrebbero pensato, se solo avessero imparato il latino da ragazzi.
Proprio mentre stavano per iniziare a correre i loro sguardi si fusero in uno sguardo solo, che incrociò gli occhi della ragazza dalle sembianze divine, i cui capelli color dell’oro iniziarono a vorticare come mille serpenti impazziti. Dalle sue orbite iniziarono a partire delle schegge di luce e mentre lei si bloccava ondeggiando sulle punte dei piedi, quasi a scansare un’onda di vento sovrumana, la sua bocca si contorse in una serie imprecisata di muti improperi di una lingua sconosciuta, accompagnata dalla rotazione compulsiva delle braccia, sempre più somiglianti alle ali di un angelo vendicatore.
Come un unico millepiedi, gli scagnozzi ebbero un lungo brivido che li attraversò simile a un domino, e tutti pensarono intensamente alla proprie madri, prima di scomparire dall’altipiano urlando come disperati assassini nel giorno del giudizio universale.
Lei smise di danzare da sola e fu fatta rientrare, con fare dolce, nella scuderia di sogni a cui badava, a turno, ognuno dei lavoratori.”

tifeo
TIFEO

“In principio furono pescatori, sempre chini ad arrotolare corde, con lo sguardo sulle nasse e le mani perennemente intrigate tra esche e arpioni. Il loro bottino era quotidiano e le loro case gonfie di vita.
Quello che non trattenevano le reti e le fiocine lo portavano i loro occhi e lo cantavano le loro bocche, alle donne in attesa di sesso e amore, ai figli che li vedevano come giganti dalle mani infinite: erano giorni sinceri di sogni e realtà, e nessuno pensava a come sarebbe stato quando fossero finiti.
Un giorno di tempesta tremenda, quando i più fra loro erano convinti che quella sarebbe stata la loro ultima alba, catturarono senza sforzo il pesce più mostruoso che avessero mai visto, pesante come mille pesci serra e più lungo della loro imbarcazione di almeno cento piedi, con un solo occhio enorme che campeggiava sulla testa mostruosa e profetica a mo’ di palla di cristallo. Allo stupore iniziale per la facilità della conquista subentrò velocemente la curiosità per l’insolita preda: tutti si raccolsero intorno alla creatura mostruosa e ciascuno iniziò a vedere nell’abnorme sfera oculare quello che desiderava.
Passato, presente e futuro non avevano più segreti per loro. Il demone della conoscenza iniziò ad attraversarli inarrestabile e funesto: i quattro umani si ritrovarono senza parole, di fronte a questo strepitoso prodigio, che sempre più assomigliava ad una splendida punizione divina.
Il pesce, adirato per tanta insolenza, s’inarcò e s’inabissò, spezzando con fragore i legni della loro barca e trascinando gli uomini in fondo al mare.
Essi però riuscirono a salvarsi aggrappati ai relitti e ai ricordi; dopo tre notti di luna piena, ritrovarono la via di casa. Le donne e i bambini, convinti che gli uomini fossero stati inghiottiti dai marosi, erano disperati e intenti ad approntare una cerimonia funebre senza corpi, quando li videro tornare, muti come pesci ma estremamente euforici.
I reduci del naufragio strapparono con veemenza gli strumenti dalle mani dei musici che già intonavano tristi melodie e li cacciarono tra potenti risate, suonando così ai propri cari danzanti la gioia di vivere trovata in fondo agli abissi.”

ares
ARES

“Forse tutto risaliva al periodo in cui trascorreva quasi ogni notte a ingurgitare cioccolato, pensando a quando sarebbe stato magro, muscoloso e cattivo. Aveva dieci anni o giù di lì e trascorreva gran parte del suo tempo libero guardando incontri di boxe con suo nonno, cercando di carpire i segreti di quella che gli pareva una danza letale, un podio di dolore, rispetto, lacrime, lividi e gloria come premio finale .Fu grazie all’ammirazione e al timore che nutriva per gli eroi in calzoncini e guantoni che il suo destino di bambino lentigginoso e obeso subì un brusco cambiamento di rotta: a tredici anni era un pugile amatoriale, a sedici aveva già in tasca il titolo regionale, a 19 quello nazionale.
Il suo corpo era scolpito, la sua volontà ferrea e le sue lentiggini gli ricordavano con fierezza la sua pugnace origine d’Irlanda, per di più gitana: zingari britannici e boxe da stradina di campagna fanno rima, anche se non tutti sono tenuti a saperlo.
Aveva adottato un accorgimento, che gli permetteva di sopportare lo stress da battaglia che lo attendeva come un lupo ogni volta che iniziava la preparazione ad ogni match. Si immaginava di salire sul ring tutto bardato come un guerriero greco, più che celtico, con tanto di cimiero e scudo, calzari e stoffe color porpora indosso, con la spada al posto del destro e la ferocia per miglior amica: la bestia nera destinata allo scontro, che in realtà aveva le sembianze di un atleta con indosso guantoni di pelle e boxer di raso, fuggiva a zampe levate, mentre solo le urla e gli applausi del pubblico roboante lo strappavano dalle grinfie dei propri fantasmi.
Così pensando fugava ogni dubbio sulla propria invulnerabilità e riusciva a combattere la sua personale guerra contro se stesso in tutta pace, riversando sugli altri i colpi che quelli avrebbero volentieri ricambiato su di lui, grazie ad una fluidità di movimento che ricordava quella del pesce grosso che sbrana quello più piccolo.
Danzava come un unicorno e menava come un fabbro, mentre le scintille che sprizzavano dai suoi occhi, convinte di essere delle stelle, illuminavano la scena immortalata dagli obiettivi e dai cuori degli spettatori urlanti.
A dispetto di tutti i luoghi comuni, che tendono a realizzarsi quanto più si cresce, lui era riuscito a ribaltare quello primario, per cui dimensione onirica e realtà debbano essere separati come il marcio dal maturo.
Sognava ad occhi aperti e vinceva regolarmente nella realtà del ring: per premio si concedeva una bella pinta di birra nera, da assaporare estasiato, erroneamente convinto, come la gran parte dei pugili, che in futuro avrebbe sconfitto a cazzotti tutti i mostri goffamente camuffati da cecchini, lungo l’indecifrabile sentiero della vita.”

pan
PAN

“Da tempo aveva smesso di ascoltare musica proveniente da strumenti o supporti tecnologici. Si accontentava di farsi attraversare dalle melodie della natura: le gocce di pioggia tamburellavano ritmi di felce sulla tenda che gli faceva da rifugio e lui, in breve, si ritrovò ad apprezzare gli assoli generati dallo scorrere dei ruscelli come un tempo faceva con i riff dei suoi gruppi preferiti.
Le prime volte che era accaduto, si era sorpreso di essersi ritrovato a ripetersi in testa gli ululati dei suoi lupi e i cori degli amici pennuti; i ritornelli cantati dai boschi, lo ammaliavano e al contempo lo lanciavano in uno stato di melancolia silvestre difficilmente descrivibile a chi non l’avesse mai vissuto. Tutto quel verde e grigio e marrone appartenevano alla tavolozza che dipingeva le sue giornate, e, contrariamente a quanto si aspettasse all’inizio della sua scelta, era riuscito a barattarli con il carico di ricordi metropolitani che persisteva nel turbargli le ore notturne: alberi, bestie, fiori e frutti si erano adesso tramutati in casa, viaggio, meta e fuga, pronti a ristorare il suo corpo stanco e a lenire la disillusione che promanava dal suo sguardo placido.
Finalmente era riuscito a troncare i rapporti col mondo umano quasi del tutto; aveva scelto di non usare più nessuna forma di linguaggio codificato né di emettere alcun suono che avesse potuto far scoprire la sua presenza ai camminatori solitari e di gruppo che sempre più sporadicamente si inerpicavano per i passi del monte alla ricerca di funghi e frutti selvatici.
Giorno dopo giorno aveva imparato a nutrirsi della flora e della fauna del posto senza interloquire con nessun elemento circostante.
Il silenzio era diventato il suo miglior amico e il suo peggior nemico, come ogni cosa o persona troppo intima, a cui si affidino troppi oneri e aspettative.
Era la sua dipendenza maggiore, questa mancanza di suoni umani che tanto lo riempiva di serenità: poteva stare due giorni senza nutrirsi di carne animale e più di una settimana privandosi della luce diretta del sole, nei momenti in cui veniva assalito del demone che veniva a trovarlo senza essere invitato, macinandolo tra rimorsi e rimpianti. La mancanza di voci di qualsiasi uomo o donna, inclusa la sua, gli garantiva il suo mistico e vitale stato di distacco dalle vicende che regolavano la socialità tra gli esseri.
In un’alba di afa, in cui si sentiva particolarmente solo e inutile al resto dell’universo, emise un gemito per sbaglio: l’errore non fu da poco. Il gusto per la parola sbocciò da quel rantolo con malavoglia e dispettoso, come un bocciolo carnivoro che si stupisce del suo letto di letame.
I due cacciatori ai quali fece scappare un alce dal palco sontuoso, raccontarono, la sera al bar, di un uomo che apparve e scomparve alla loro vista, correndo come un forsennato mentre urlava ai venti di montagna, atterrito da se stesso, parole col guscio dorato ma dal contenuto sconosciuto e terrificante.
Il silenzio calò il sipario sulla narrazione, come un’improvvisa tempesta, con la stessa decisa grazia con cui la falce stacca la spiga. Dalle bocche dei presenti non si levò neanche un grido di stupore.”